Sono capitato poco fa sul pezzo di Zambardino di ieri, in una pausa della lettura assai noiosa peraltro, del Mondo dello spirito di Dilthey. Essendo domenica anche la volontÓ pi¨ resistente non ha saputo fare a meno di prendersi una piccola pausa e scrivere due righe sull’argomento.

Credo che Zambardino abbia colto abbastanza bene il problema, cosi come del resto hanno fatto un po’ tutti i principali blog che ne hanno parlato, il mezzo di trasmissione dei video in questione conta poco o nulla, se non per il fatto che ci permettono di sapere, di vedere le cose che succedono. Allora c’Ú un ragionamento che mi viene alla mente e mi rende un po’ triste.

Google o YouTube non sono altro che una maniera per condividere. Condividere sogni o incubi, video del compleanno, pezzi di concerto, registrazioni di come abbiamo malmenato un malcapitato. Non fanno distinzioni a priori. Proprio per questo un’analisi dei contenuti pubblicati dovrebbe permetterci di capire chi siamo, di vedere cosa produciamo, cosa condividiamo con gli altri, cosa vogliamo trasmettere agli altri.

E quello che si vede in questi giorni non Ú altro che lo specchio della nostra societÓ, di parte di essa (e con parte non intendo nÚ i giovani nÚ gli utenti di internet), per la prima volta senza la censura moralistica dell’ipocrisia. Una volta se fossi stato lasciato dalla ragazza avrei voluto fargliela pagare e avrei forse messo in giro voci malevole sul suo conto, oggi potrei invece mettere in linea quel filmino che abbiamo girato insieme e allora…vorrei vedere la sua faccia. Cosa cambia? Cambia solo il mezzo di un’inutile, futile e violenta vendetta, cambia la platea che essa puo raggiungere, non il pensiero che ci sta dietro.

Credo sia questo che dobbiamo capire. Dobbiamo leggere la condivisione delle informazioni dateci dai nuovi media come uno specchio, come un amplificatore della nostra vita quotidiana e nulla pi¨, ma senza quel filtro sociale che prima avvolgeva tutto quanto non era considerato conforme.

Proprio qui mi viene da sorridere; di fronte alla pi¨ sfrontata ipocrisia, quella dei genitori che non vogliono far vedere il mondo ai figli, che no, certe cose dovrebbero essere censurate, quelli che sono i media che danno il cattivo esempio. Ma io vi chiedo allora, quanti di voi attendono il verde per i pedoni prima di attraversare? Quanti di voi rispettano scrupolosamente il codice della strada e magari non fanno ricorso contro le multe prese con l’autovelox sapendo che hanno effettivamente torto. Ma si sa, a volte le annullano lo stesso. Quanti di voi rispettano effettivamente ruoli come quello dell’insegnante che dedica la sua vita a formare i giovani invece di cercare puntualmente di delegittimarlo sostenendo una presunta superioritÓ nella conoscenza del proprio bambino?

Qui c’Ú il vero punto del problema. La nostra societÓ di oggi Ú, al di lÓ dei media, una societÓ individualista dove sopravvive solo chi sa, o almeno Ú convinto di essere il migliore. Non importa in quale campo. E ogni regola sociale tende a saltare ed educhiamo i nostri figli all’implicita regola che chi non riesce da solo Ú un fallito, merita solo la nostra compassione, o a volte il nostro scherno. E tutti questi fenomeni non ne sono altro che lo specchio.

Poi, quando da soli non ce la facciamo pretendiamo di far ricorso all’autoritÓ, quella che abbiamo negato sino ad allora nelle sue piccole espressioni quotidiane, quella che sola potrÓ proteggerci contro chi Ú pi¨ forte di noi. E dimentichiamo come quell’autoritÓ non sia altro che la rappresentazione di tutti noi e come sia indebolita da ogni nostro comportamento contrario. Tipico comportamento italiano, ma non solo, sia chiaro, che credo sia dovuto ad una profonda ignoranza che non si Ú mai colmata. Ditemi ora, che differenza c’Ú tra il video dei bulletti che tanto va di moda in questi giorni, tra il non pagare le tasse o lo sfrecciare ai 180 in autostrada. Nessuna, e ciascuno di questi tre esempi non Ú un qualcosa che viene da un altro pianeta, ma semplicemente un’immagine di noi, che per fortuna ancora ci brucia.

Lasciamo stare questa stizzita ipocrisia allora, e riflettiamo un attimo sui problemi, quelli veri, se vogliamo poter trovare una soluzione. La possibilitÓ della trasparenza oggi ci Ú data, anche dai media, il problema Ú che nessuno di noi in fondo vuole coglierla.

Le risposte razionali sono allora solo due: plaudere alla libertÓ sfrenata fino a negarla o costruire una collettivitÓ di regole in cui ciascuno si autolimiti sino a che questa ipocrisia non sia pi¨ un valore?
Non sono troppo ottimista di natura

P.S.

Ne approfitto per commentare l’unica risposta che Zambardino lascia ai commenti sul suo blog, a Gianandrea Facchini.
L’educazione prussiana e la cultura tedesca di quegli anni sono state credo una delle principali cause del nazismo effetivamente. Il nazismo ne Ú una distorsione, un’estremizzazione, ma senza quel sostrato comune Hitler non sarebbe oggi sui libri di storia. L’educazione, e qui usa la parola nel suo senso pi¨ generale, etimologico, trascendendo la scuola, la cultura sono la chiave di volta, ma non siamo pi¨ abituati ad avere un’idea di questo tipo forse.

4 thoughts on “Come noi, i nostri figli (purtroppo)”

  1. Beh, la visibilitÓ Ú un fattore relativo, basta anche l’accordo di poche persone e nel piccolo si ha giÓ un certo successo…

    Se poi vuoi riferire quanto scritto qui a Zambardino e proporre la pubblicazione si Repubblica se sono proprio gentili potrei non rifiutarla…!!!

  2. Sono d’accordo! (Trovo questo articolo pi¨ profondo e attento da un punto di vista sociologico di quello di Zambardino – peccato abbia meno ‘visibilitÓ’…)

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