(Originariamente pubblicato su Alfabeta2 n.23 – Ottobre 2012)

La nozione di « multiculturalismo » è oggi comunemente impiegata per identificare l’insieme di relazioni che comunità etniche, linguistiche o religiose differenti intrattengono o dovrebbero intrattenere tra loro al fine di vivere in armonia all’interno di una struttura statale e territoriale unica. Gli autori di Les pièges de la culture; les contradictions démocratiques du multiculturalisme[1] sostengono che l’interpretazione oggi più diffusa di questa nozione sia basata su una concezione della cultura che, pur sostituitasi a quella di razza, non è per questo riuscita a liberarsi di un pericoloso fondamento determinista. In quest’ottica gli individui non potrebbero che essere determinati dalla loro appartenenza a una comunità che li ingloba e che sola permetterebbe la loro realizzazione fino a impedire ogni autonomia possibile.

Lo scrittore Jens-Martin Eriksen e il semiotico Frederik Stjernfelt, entrambi danesi, pongono in questo saggio il problema fondamentale del rapporto tra la nozione di multiculturalismo e le religioni intese come strutture simboliche e temporali che lottano per imporre le proprie norme all’interno dello spazio pubblico. Uno dei grandi pregi di questo volume, oltre ad aprire in maniera dichiarata il dibattito su questo tema fondamentale, è la sua apertura internazionale. Pur trovando la propria origine nella crisi delle caricature di Maometto del 2005, gli autori presentano, infatti, non soltanto un’accurata analisi semiotica delle caricature stesse e dello sviluppo danese della crisi, ma anche un’estesa cronologia delle tensioni tra sostenitori della libertà d’espressione e difensori dell’autonomia religiosa negli ultimi quarant’anni e, soprattutto, la presentazione, accompagnata da una serie d’interviste, del caso malaysiano, uno dei rari stati ad avere iscritto a oggi il multiculturalismo all’interno della propria costituzione.

L’intero saggio si snoda attraverso un duro attacco, perseguito da una prospettiva universalista di tipo razionalista e illuminista, a una concezione di cultura considerata dagli autori come rigida e determinista e la cui origine sarebbe rintracciabile nell’interpretazione che l’antropologia americana ha dato, attraverso il pensiero di Franz Boas e Ruth Benedict, dell’idealismo tedesco di Herder. Tale concezione di cultura si sarebbe dapprima trasferita da una dimensione metodologica a una dimensione ontologica, debordando in seguito dal ristretto campo scientifico per installarsi come ideologia in quello politico e divenire così il credo di organizzazioni internazionali quali l’ONU o l’UNESCO. Questo passaggio avrebbe permesso di non considerare più l’individuo, ma il gruppo culturale, come punto di riferimento dei diritti fondamentali. Il risultato ottenuto sarebbe allora quello della sostituzione del cittadino con il membro di una comunità data, suscettibile in quanto tale di fornire al singolo delle prescrizioni religiose, vestimentarie o comportamentali. (E ricordiamo a proposito anche la critica alla nozione di razza utilizzata da queste stesse organizzazioni internazionali compiuta da Etienne Balibar[2].) Per gli autori, nessuna comunità, religiosa o meno che sia, dovrebbe disporre del riconoscimento giuridico o morale riservato all’individuo e non dovrebbe quindi poter avanzare richieste di diritti speciali, siano essi economici, religiosi o legislativi. Eriksen e Stjernfelt sostengono, passando in rassegna la letteratura che ha tentato di integrare il multiculturalismo in un contesto liberale all’interno della filosofia politica, nella sua versione moderata come in Will Kymlicka o in quella più radicale di Homi Bahbha o Gayatri Spivak, che ogni attribuzione di norme a livello comunitario non può che fuoriuscire a termine dalla categoria specifica producendo inevitabili disuguaglianze tra cittadini. L’analisi presentata e riguardante il problema della legislazione sull’apostasia all’interno dei paesi come la Malaysia in cui vige la charia ne è un esempio lucido e concreto, così come quelle riguardanti le legislazioni parziali adottate dal Canada o dal Regno Unito. Tuttavia anche i recenti tentativi di reprimere o più generalmente penalizzare le offese alle comunità religiose sono esempi forse più vicini a noi, ma non per questo meno concreti di questo processo (basti pensare ai dibattiti seguiti a improvvidi roghi di Corani o ai recenti tentativi di impedire, tra gli altri, la messa in scena, in Italia come in Francia, de Sul concetto di volto nel figlio di Dio di Romeo Castellucci o di Golgota picnic di Rodrigo Garcia).

Il principale punto debole del saggio di Eriksen e Stjernfelt è probabilmente il modo in cui si rifanno a una prospettiva razionalista e illuminista considerata più come una postura intellettuale che come un movimento storicamente situato. Potrebbe essere questo il motivo per cui non postulano esplicitamente, come storicamente accaduto, l’esistenza di uno stato di natura da cui far derivare le norme che sostengono. É lecito quindi domandarsi come si debbano intendere e da dove possano derivare i diritti individuali che gli autori difendono e che la società liberale sembra ai loro occhi saper salvaguardare meglio di altri modelli sociali/culturali. Inoltre, se il rifiuto di una nozione di cultura reificata pare più che giustificato e un modello lotmaniano come quello che sembrano proporre ben più proficuo, come identificare e proteggere le relazioni molteplici e necessariamente dinamiche tra gli individui e le forme simboliche collettive sedimentatesi in quei dispositivi istituzionali e regolatori come potrebbero essere i modelli da loro descritti tra cui la scienza e il diritto? Nonostante queste riserve minori, il saggio in questione appare comunque fondamentale per ogni riflessione a venire.

Vale la pena di ricordare come, anche in un paese notoriamente universalista come la Francia, il partito preso multiculturalista abbia già potuto modificare le politiche statali nel campo strettamente inteso dell’intervento culturale. Sembra infatti possibile rileggere le politiche culturali dei recenti governi francesi nell’ottica multiculturale descritta da Eriksen e Stjernfelt che ne criticano sia la versione ideologica di sinistra (tutte le culture possono vivere insieme esprimendosi in maniera completa all’interno di uno stesso territorio e di uno stesso Stato) che quella di destra (tutte le culture possono vivere separatamente esprimendosi in maniera completa all’interno di uno territorio e di uno Stato che gli sono propri). Storicamente nota per la sua politica detta “dell’eccezione culturale”, anche la Francia ha recentemente introdotto, come ben mostrava già nel 2006 Françoise Benhamou[3] da una prospettiva economicista, e in maniera equa tra governi di sinistra e di destra, una politica di difesa della diversità culturale senza per questo porsi realmente il problema della democratizzazione dell’offerta culturale, della sua finalità così come della politica industriale a essa legata. Il passaggio da una cultura nazionale per tutti e per ciascuno, espressa da André Malraux[4], alla cultura per ognuno, desiderata da Frédéric Mitterand, la distanza semantica sembra breve senza necessariamente esserlo. Una più ampia riflessione sulla nozione di cultura intesa in senso ampio e in tutte le sue componenti, è sempre più necessaria.


[1] Volume disponibile in doppia traduzione inglese e francese, rispettivamente presso Thelos Press e Métis Presse, dall’originale danese pubblicato nel 2008.

[2] Il ritorno al futuro della razza: tra società e istituzioni, intervista a cura di Th. Casadei, in “Rivista trimestrale di scienza dell’amministrazione”, 4, 2007.

[3] Les dérèglements de l’exception culturelle, Editions du Seuil.

[4] http://www.assemblee-nationale.fr/histoire/malraux_oct66.asp

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