Qualche riflessione interessante, nonostante non tutto sia necessariamente condivisibile, sul legame tra finanziamento del patrimonio e “disuguaglianza fiscale”. In vista, probabilmente, di qualche riflessione più cospiscua a venire sul tema dei diritti e doveri e su quello della giustizia e della progressività fiscale.

 

“Che quest’ultimo (il patrimonio culturale) sia mantenuto attraverso la fiscalità è assai importante anche per tenerne vivo il valore morale e civile. Un patrimonio perfettamente conservato materialmente, ma gestito da un consiglio di amministrazione di ricchi signori e signore dai molti cognomi, orgogliosi di fare charity, segnerebbe l’abbandono del progetto costituzionale e un ritorno all’antico regime. Come potrebbe la beneficenza sostituirsi alla Repubblica nel rimuovere gli ostacoli all’eguaglianza sostanziale? Né è migliore il ricorso al gioco d’azzardo. Per volontà di Walter Veltroni (un ministro teoricamente di sinistra!) nel 1997 è stata introdotta un’estrazione del lotto infrasettimanale che in sedici anni ha destinato un miliardo e settecentomila euro a seicento interventi di restauro. Bene per la conservazione materiale, malissimo tuttavia per la funzione immateriale:

che si consideri il gioco d’azzardo un peccato o no, è difficile negare che si tratti di un passo indietro nella politica sociale: il gioco d’azzardo è un sistema di prelievo fiscale indiretto, regressivo e selettivo. Fondamentalmente si incoraggiano i poveri a spendere denaro nella speranza di raggiungere la ricchezza […] Nella sua espressione peggiore, il gioco d’azzardo è ufficialmente incoraggiato da alcuni paesi e da molti stati americani sotto forma di lotterie pubbliche. Invece di riconoscere la necessità di determinati servizi pubblici – la cultura, lo sport, i trasporti – ora si evitano le imposte impopolari coprendo tali spese con gli introiti delle lotterie, le quali contano su una partecipazione spropositata, e quindi sul sostegno, dei segmenti meno informati e più poveri della società. Gli operai britannici, che magari non sono mai stati a teatro, all’Opera o a un balletto in vita loro, sovvenzionano ora, con la loro propensione al gioco d’azzardo, le attività culturali di una piccolissima élite i cui oneri fiscali sono stati ridotti di conseguenza. Eppure a memoria d’uomo era vero il contrario: ai tempi della socialdemocrazia degli anni Quaranta e Cinquanta erano o ricchi e i ceti medi a essere tassati per garantire a tutti la disponibilità di biblioteche e musei[1].

È questa la vera riforma fiscale di cui c’è bisogno: la premessa indispensabile perché il patrimonio culturale inizi a essere davvero un diritto.”

 

Da Istruzioni per l’uso del futuro, pagg. 34-35,  Tomaso Montanari, Minimum Fax, Roma, 2014.



[1] Tony Judt con Timothy Snyder, Novecento. Il secolo degli intellettuali e della politica, Laterza, Roma-Bari 2012, p. 358

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